formediluce

La scultura è essenzialmente rapporto di pesi, equilibrio di forme, contrapposizione tra opacità e lucentezza, contrasto tra linee armoniche e segmenti informi. Nel mio caso, tutte queste caratteristiche concorrono a creare un linguaggio costituito da forme geometriche massicce, patinate ed ossidate. Forme ancorate al suolo, sulle quali si innestano diversi elementi: alcuni costituiti da fonti di luce intensa, altri trasparenti, quasi privi di peso.

Gli spunti ideativi di molte mie opere provengono dalla visione di suggestive immagini telescopiche: configurazioni astronomiche nelle quali sono riconoscibili forme archetipe quali sfere e spirali.

Nello spazio cosmico la loro composizione è di una materia compressa da grandi forze gravitazionali e da intense emissioni di energia luminosa.
Nella scultura questi elementi vengono tramutati in rame ossidato, in bronzo levigato, in acciaio lucido, nelle trasparenze del plexiglass, in luci Led e in luminescenti tubi al neon
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Fabio Zeppa

 
Per aspera ad astra

“A una mente tranquilla
l’universo intero si arrende.”

Zhuangzi


A scuola, scendendo le scale verso la fucina di Vulcano o girato l’angolo, tra le scintille di fuoco e il suono sordo dei colpi di maglio, ho imparato a conoscere la gentile umanità di Fabio Zeppa, la sua formidabile abilità artigianale guadagnata negli anni di studio e nel lungo apprendistato presso gli antichi mastri, quelli dei mestieri che scompaiono, l’intima capacità di risolvere problemi complessi.

Se, come insegnano i greci e poi i geni del Rinascimento, l’arte non può che procedere dalla téchne (l’ars latina), dall’assoluta padronanza della materia e dei procedimenti per lavorarla unitamente al soffio dell’anima, non so perché dunque mi sia stupito di vedere in foto un giorno queste opere straordinarie. La meraviglia mi ha condotto dunque un pomeriggio di sole nel laboratorio dell’artista, una sorta di santuario sospeso tra le dolci colline fermane, due locali appartati e segreti, solo apparentemente disordinati. In tale microcosmo tutti gli strumenti fisici e i materiali, vecchi e polverosi rami impilati come i prodotti della più avanzata tecnologia, oltre ad avere una funzione pratica si caricano di una valenza metaforica e spirituale, capace di mettere l’artista in comunicazione con le energie creative che animano l’universo, la natura, la mente e il corpo dell’uomo.

Gli organismi fenomenici di Fabio Zeppa sorprendono dal vivo per la loro diversa originalità, che spiazza il critico avvezzo ormai a incasellare in una facile anamnesi le ispirazioni, i debiti, le citazioni, i richiami celati degli artisti contemporanei alle esperienze del Novecento. Il pensiero va: alla nobile, raffinatissima matrice alchemica del Grande vetro di Duchamp; alle modulazioni di luce instabile e continua, e di spazio, con la ridiscussione delle tradizionali forze statiche, tipiche delle ricerche cinetiche intorno alle relazioni intercorrenti tra natura e tecnologia; ai pesi ai limiti alle misure che conducono dal minimalismo all’arte povera all’arte processuale con l’espressività primaria delle proprietà e delle caratteristiche fisiche dei materiali medesimi, spesso metalli ma anche plexiglas e neon con una tensione estetica legata all’energia luminosa.

Ma Fabio Zeppa non vuole svelare a tutti – a me sì – il laborioso processo di realizzazione dell’opera con la sua perfetta scomposizione. Perché non possono darsi evoluzioni nel tempo a sollecitare nuove esperienze sensoriali, perché le sue opere, pur vitalmente immerse nella dimensione spazio-temporale, non sono installazioni ma sculture compiute per un disvelamento graduale, lato per lato, di una suggestione costante.

Perpetua come il pensiero liquido, di petrolio, che cola lentamente da un serbatoio cerebrale all’interno del corpo dell’autore, dimezzato nel calco dal vero e vestito dei propri indumenti usati da operaio: una canotta a costine arrotolata in vita, jeans strappati che scoprono la pelle di resina patinata, scarpe di gomma allacciate. Poco discosto, giù per terra, un guanto vuoto sembra impugnare una chiave inglese che ha già stretto un pezzo di tubo appena svitato dalla trama delle tubature fluide di un interno sistema biologico semplificato, niente ossa, fasci muscolari, solo circuiti di una misteriosa linfa. Per aver visualizzato, con un effetto inquietante erede del surrealismo, i meccanismi sottesi al ragionamento e le storpiature cui esso sottopone la realtà che si trova di fronte, egli va oltre l’appropriazione accademica del proprio corpo, supera in un colpo le situazioni stranianti di George Segal e l’iperrealismo di stampo sociologico di Duane Hanson da cui riprende l’attenzione per la gente comune, mantenendone tuttavia una dimensione metafisicamente sospesa che fa riflettere sullo scarto incolmabile tra illusione e realtà, tra arte e vita, tra l’uomo sulla Terra e i cicli bionici dell’Universo.

Ad ancestrali archetipi della forma risalgono i tagli che sospendono la triplice mensa sacrificale, con quei coni profondi carichi di leggere, iridescenti polveri minerali: grani di silice purissima nella calotta mediana, già purtroppo contaminati, in diverso grado, come per un rito sbagliato, nelle laterali.

A età archeologiche corrispondono anche i dischi tirati a martello, quasi scudi di una guerra mai combattuta e vinta, inchiodati su un pianeta con tre lune. Crateri aperti e monti e piccoli mari tra le nuvole del cielo che disegnano la fisionomia del rugginoso Marte. Sarà stata la sostanza del rame così impressionabile nel colore e nella grana a ispirargli le croste dei pianeti rocciosi o le superfici siderali dove i metalli riaffiorano liberamente, corrotti da atmosfere mefitiche. O, semplicemente, la passione per il cielo stellato sopra di sé, avendo ben salda la legge morale dentro di sé.

Un disco di rame fonografico, ricoperto d’oro, porta il rumore del vento e del tuono, canti e suoni di animali, musiche e frasi dette in oltre cinquanta lingue: un vero e proprio “messaggio nella bottiglia” lanciato nel tempo e nello spazio per comunicare la diversità della vita e della cultura terrestre alla ricerca di un’altra possibile, più evoluta civiltà e vita.
Solo con l’umiltà della consapevolezza lo scultore può tentare di adire ai messaggi più alti, lasciare la precarietà del mondo con le sue miserie, dove non può esistere che il riflesso della perfezione, abbandonare l’organico per l’inorganico in affascinanti derive astronomiche dove gli stati della materia si purificano nella luce, si sublimano come comete nell’acqua trasparente della catarsi, in scia luminosa.

In silenzio, con emozione, osserviamo così una stella che si accende: è una gigante rossa, ricordo di una gassosa espansione, a irradiare dal suo nucleo attivo. Mentre le più fredde e lucide superfici in acciaio pesante, un tessuto inossidabile non più deformato, si tramutano in leggere e diafane forme di luce, con una progressiva perdita di sali cristallini. Un’enorme, tagliente spirale potrebbe racchiudere cento miliardi di soli, galassie, organismi pulsanti, vere cellule di un cosmo immensamente vasto senza centro né confine, separato da grandi spazi vuoti. Anche in quella dimensione l’artista sembra riuscire a catturare e attrarre, incidentalmente, la luce, che viaggia nello spazio come le onde negli oceani, a farci vedere quei colori per i quali siamo ciechi.

Fabio Zeppa compie dunque un viaggio coraggioso verso destinazioni astrali avvincenti e ignote, concedendo a noi creature di un giorno il privilegio, nell’abbraccio della notte, di non toccare più la terra con i piedi, di sintonizzare mente e cuore sui ritmi dimenticati degli oggetti celesti, di sentire lontano il battito e il respiro del cosmo.
Nella convinzione che “per l’uomo non esistono né riposo né fine. Quando avrà conquistato tutto lo spazio profondo e tutti i misteri del tempo, ebbene sarà ancora all’inizio…” (H.G. Wells).


Nunzio Giustozzi

Materialismo concettuale


È il gioco dei contrasti a dominare l’opera scultorea di Fabio Zeppa: vuoto e pieno, robustezza e levità, luce e buio, equilibrio e instabilità. Tutto dominato da uno straordinario rigore costruttivo. La perizia artigianale permette all’artista di osare arditi azzardi progettuali.
Il rame, l’acciaio e il plexiglass sono i protagonisti principali delle opere. Ottone, resina poliestere e bronzo sono i comprimari che, talvolta, fanno da comparsa per sottolineare il tema dell’opera.
La materia entra in contrapposizione e scandisce lo spazio circostante. Si fonde e si scinde con estrema naturalezza. Il freddo metallo è scaldato dal colore delle ossidature, la sua solidità è mitigata dalla plasticità della modellazione. Il plexiglass interviene, con le sue trasparenze, ad attenuare la rigidità del metallo.
L’abilità tecnica consente allo scultore di trasformare la materia prima in un elemento nuovo. I materiali si fondono in un processo dal sapore alchemico. La materia si anima: crea i volumi, si rigenera e trasforma. Una materia che vive di luce riflessa, per questo, Zeppa, decide di fornirgliene una autonoma. Rende la scultura indipendente.
Tante le tecniche utilizzate, e sempre diverse. Ogni volta l’artista si trova a ripensare il percorso costruttivo, ogni volta c’è un problema nuovo da affrontare e da risolvere.
Nell’epoca delle idee la manualità è stata svilita. Sempre più spesso gli artisti si presentano come filosofi estraniati dalla realtà circostante: designer di modelli mentali, incuranti della loro concretizzazione. Fabio Zeppa va controcorrente, riporta la fase esecutiva sullo stesso piano di quella progettuale. L’artista torna ad essere poliedrico. La solida preparazione tecnica gli consente di realizzare azzardi ottici ed impensabili equilibri strutturali con rimandi ad archetipe forme geometriche. Archetipi scavati dal subconscio collettivo. Forme dai significati cosmici, metafisici: un simbolismo universale.
È un materialismo concettuale che, nella ricerca della purezza, diventa ascetico.
L’artista lavora incurante delle mode e del facile successo da raggiungere. È consapevole della difficoltà di fruizione dell’opera, ma non può svilirne il linguaggio. Le sculture di Zeppa hanno più livelli di lettura, sia dal punto di vista simbolico che da quello tecnico. La lettura è individuale: la figura costringe lo spettatore ad interrogarsi, a cercare una personale chiave di interpretazione. Il significato non è immediatamente comprensibile, il fruitore deve svelarlo attraverso un’operazione di destrutturazione della scultura. Deve acquisire competenze tecniche e capacità critiche.
Superato lo stupore dell’impatto visivo dell’opera, lo spettatore può cogliere, infine, l’armonica contrapposizione tra forma-peso e luce-trasparenza.


Giuliano Traini

 


   
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